LA STORIA DELLA DOMENICA: quella lettera di Bruno Giorgi a Giuliano Giorgi

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08.07.2018 23:30 di Redazione Tn  articolo letto 329 volte
LA STORIA DELLA DOMENICA: quella lettera di Bruno Giorgi a Giuliano Giorgi

Quella domenica era stata diversa: la fanfara dei bersaglieri della Franciacorta, la sfilata delle biciclette d’epoca, due gruppi di majorettes con il repertorio migliore, gli striscioni e le bandiere di trentadue club di tifosi. Tutti sulla pista d’atletica dello stadio Rigamonti di Brescia.

La festa alla discoteca Florida c’era già stata dopo la gara di Cagliari, che aveva dato la certezza matematica della promozione in serie A. E alle 21,30 viene programmata un’altra cerimonia nel piazzale antistante lo stadio con i calciatori, i dirigenti, tutti. Autorità comprese. Alla fine fuochi d’artificio come fosse Fuorigrotta. “Con la cocaina ho cominciato l’anno della promozione in serie A. Con compagnie sbagliate, gente brutta che non vorrei più rivedere in vita mia”.

Giuliano Giorgi ha il profilo sparviero, ma modellato dalla chioma riccia e nera.  E’ il mastino applicato sulla punta avversaria più veloce . Efficace ma corretto, rari i cartellini . Lo trovi lì al suo posto, tutte le domeniche. Coi calzettoni quasi sempre giù, ha la fama di ragazzo silenzioso. E in quella difesa cingolata, fa due promozioni in due anni: “Brescia è un ambiente particolare. E’ vicina a Verona , a Desenzano, a Milano, le fughe per un giocatore sono facilissime e la società non può controllarti”.

La serie A è iniziata con Maradona che rifila una sberla. L’allenatore si chiama Bruno Giorgi, ma non è parente di Giuliano: “Abbiamo quasi tutti calciatori che la serie A non l’hanno mai vista. Paghiamo l’inesperienza e forse un pizzico di presunzione. Negli anni scorsi erano abituati a vincere. Ora devono capire che è necessario rimboccarsi le maniche per restare a galla”.

Si va a San Siro. A Giuliano Giorgi viene affidato Kalle Rummenigge: non lo tiene, fa anche autogol ed è 0-4. Tre punti nelle prime otto partite. “Sniffavo una volta ogni tanto. Il mercoledì o il giovedì, così non rischiavo di essere pizzicato al doping. Non nascondo però che, quando usciva il mio nome tra i sorteggiati al controllo, avevo una strizza notevole. ‘Se mi beccano, è la fine ‘, pensavo terrorizzato”.

I limiti sono dilatati . Tutto si regge su un equilibrio precario, quasi acrobatico: “L’ho fatto perché ti senti forte, ti senti imbattibile o forse solo per il gusto di provare. Una volta e basta . Sono stati gli amici a fregarmi e io , come un idiota, ci sono cascato. Vieni domani sera. Facciamo una festa, ci sono le ragazze …   E io via, andavo con loro  . Anche altri miei colleghi sniffavano insieme a me. Mi ha colpito molto la storia di Bortolotti, un ragazzo strano che ha debuttato nel Brescia proprio l’anno della serie A. Anche lui ha pagato”.

La svolta domenica 14 dicembre 1986 in casa con l’Empoli : si va avanti 2-0 . Al settantottesimo, il brasiliano Branco allarga proprio per lui: tutto solo, controlla di destro e batte Drago con un rasoterra. E’ felice “Non è solo il mio primo gol in serie A. E’ il primo della mia carriera. Contro il mio Empoli”. Perché ha giocato e ha fatto una promozione anche lì.

All’allenamento va in macchina con l’amico Roberto Aliboni. Quello che per lui c’è sempre, quello con cui Giuliano parla di più : “Da tempo Giuliano era cambiato. Tutte le volte guidavo io e lui si addormentava. Si svegliava solo al casello, ma solo perché non c’era il telepass”.

Fino a quel 4-3 tumultuoso, un pomeriggio di sole a Firenze. Giuliano centra due volte la sua porta. Da quasi trent’anni in serie A un calciatore non firmava due autogol nella stessa partita. Aliboni prova a stargli vicino: “Ti voglio sempre davanti a me”. Giuliano prende la borsa e se ne va. Il direttore sportivo Cecco Lamberti lo saluta : “Ciao centravanti”. E azzarda un paragone con Careca.

La sera Giuliano non vuole nemmeno guardare la televisione. Poi non resiste. L’indomani tutti i media nazionali lo cercano. E alla fine lo trovano . Se n’è andato a Strettoia, una borgata di Pietrasanta : “Tra vecchi amici è più facile dimenticare. Nella mia carriera non mi era mai capitato di segnare un’autorete. E parlo di dieci anni di attività. Si vede che questa è proprio una stagione balorda. Ho seguito le immagini della Domenica Sportiva solo perché volevo capire dove avevo sbagliato. Il filmato è servito a chiarirmi le idee. Sulla seconda autorete ho voluto anticipare i tempi colpendo di destro. La palla ha battuto sullo stinco superando Aliboni. Mi sono sentito piombare il mondo in testa”.

Il campanello di casa suona in continuazione: “Un amico voleva regalarmi la cassetta della partita, ma io non la voglio rivedere mai più. Tra i ricordi devono trovare spazio solo i momenti belli. Mercoledì alla ripresa degli allenamenti sarebbe bello se il pubblico mi accogliesse con un applauso. Senza questa mia sciocchezza, il Brescia non avrebbe perso. Ma l’allenatore è stato comprensivo . Avrebbe potuto puntarmi il dito contro , invece niente. Mi ha salvato e lo ringrazio”.

Cinque giorni dopo lo rimanda in campo dal primo minuto in un’amichevole a Chiasso. E’ il giorno di San Valentino 1987. Giuliano fa solo il primo tempo. Poi un turno di riposo in campionato. Si contende il posto in squadra con Ceramicola. Il Brescia batte il Milan, poi l’Atalanta e lui gioca l’ultima mezz’ora. E’ la sua ultima in serie A.

La salvezza a un passo. Ma nella partita decisiva con l’Ascoli, sulle spalle Giuliano ha un insignificante 16. Alle cinque del pomeriggio il Brescia è matematicamente salvo. Mezz’ora dopo è quasi in serie B. Inutile anche andare in ritiro: all’ultima c’è la Juve che non regala nulla. Lui non va nemmeno in panchina.

“Me ne andai perché il giorno dopo la retrocessione , in un’intervista, attaccai duramente mister Bruno Giorgi”.

Finisce a Barletta in B, squadra neopromossa. A corredo di gente di curriculum come Pileggi, Scarnecchia, Cipriani. Si parte male. A metà campionato sono staccatissimi, dieci punti in diciannove partite. Poi a febbraio inizia la più incredibile delle rimonte. Lui gioca mozziconi di partita. Ma non perde quella più importante : Brescia – Barletta. E’ tra i migliori in campo. I pugliesi sbancano il Rigamonti: “In campo andava tutto bene, ma continuavo a drogarmi. Sniffavo più spesso e al Sud certi ambienti sono pericolosi. Quel giro a Barletta si è allargato . Quei presunti amici mi stavano addosso e io ormai non riuscivo a sottrarmi al vizio”.

Un anno a La Spezia e uno splendido terzo posto con Carpanesi in panchina, Luciano Spalletti capitano e i gol di Oscar Tacchi. Poi San Benedetto del Tronto ancora in C. Ma sui bassifondi della classifica. Il quarto allenatore della stagione è Bruno Pace. Il limite non c’è più.

“L’anno della mia rovina.  A San Benedetto avvertivo proprio la necessità della coca. Ha ragione Caniggiaquando dice che non migliora affatto le prestazioni atletiche”.

E’ domenica pomeriggio, il 29 aprile 1990. A Trapani in campo neutro contro il Palermo.

Alla fine del primo tempo la Sambenedettese è in vantaggio 2-0 con gol di Vagheggi e De Matteis. Solo vincendo può agganciare la zona salvezza. Giuliano Giorgi ha il numero 5. Il Palermo non sembra in grado di reagire. Viene fischiato. Nella ripresa i siciliani sembrano trasformati: “Dopo meno di cinque minuti provoco involontariamente un rigore con un fallo di mano”. Lo trasforma Accardi. Tre minuti e pareggia Cangini. Per due volte la Sambenedettese si divora il gol del vantaggio.

E a venti minuti dalla fine un altro rigore per il Palermo: 3-2 .

In sala stampa Bruno Pace parla di due rigori regalati dai suoi. Dice che non è la prima volta. Giuliano Giorgi sale sul pullman coi compagni. Si siede. L’atmosfera è pesante, nessuno ha voglia di parlare. Dietro quella rimonta ci sarebbe una sordida negoziazione. Dalla penombra esce la sagoma di Bruno Pace e gli dice : ‘Qui pensano una cosa : tu e altri vi siete venduti la partita’.

“Il giorno dopo su un giornale esce la storia e io finisco fuori rosa”.

Arrivano i funzionari dell’Ufficio Inchieste, ma soltanto a San Benedetto: interrogano qualcuno e se ne vanno. A Palermo non succede niente, tutto regolare: “Nel calcio basta farsi un’etichetta e sei fottuto. Ma come professionista, anche se può sembrare patetico, sono moralmente integro. C’è stato un presidente che mi ha offerto una bella cifra per accomodare il risultato della sua squadra contro la mia: abbiamo vinto in trasferta e pareggiato in casa. E sul piano tecnico eravamo inferiori”.

Perde l’ultima rete di protezione. Risulta calcisticamente disperso. “Un bel giorno il mio procuratore Carpeggiani mi ha detto che non c’era niente da fare. Era impossibile trovare un’altra squadra. E ho smesso”. La dipendenza rischia di diventare devozione: “Prima sniffavo due volte alla settimana . Quando ho smesso di giocare, lo facevo quasi tutti i giorni. E la roba costa , costa tantissimo. Il conto in banca si stava prosciugando , stavo distruggendo mia moglie e le mie figlie. Ho rischiato di perderle e sono la cosa più importante al mondo. Per fortuna sono rimaste con me, altrimenti sarei stato rovinato per sempre”.

Forse è ancora in tempo.  Potrebbe provare a considerare il calcio solo come un gioco . E riprendere a giocare con un pallone smettendo di farlo con se stesso: “Il 27 febbraio 1992 stavo rientrando da una festa a Firenze. Ero in auto con un amico. Al casello di Prato ci fermano. Ci perquisiscono. Avevo venti grammi di cocaina con me. Il rumore delle manette che scattano mi rimbalza ancora nel cervello. E’ stato un trauma. In Questura non riuscivo a credere a quello che mi stava capitando. Credevo di essere in un film”.

Il rilievo mediatico del suo arresto è pari esattamente a zero: “La prima tappa a Sollicciano, un carcere che sta cadendo a pezzi.  In cella piove: qui dormi e accanto fai i tuoi bisogni . Eravamo sette oppure otto in una stanzetta. Dentro sono stati i mesi peggiori, ero traumatizzato. Il carcere è duro per tutti, figuriamoci per chi viene dal nostro mondo dorato, dagli alberghi extra-lusso” .

Sei proprio uno scemo. Avevi tutto e sei finito qua dentro: è il ritornello dietro le sbarre.  “Qualche guardia lo diceva con cattiveria, per ferirmi. I miei compagni di cella lo facevano con lo spirito dell’amico che vuole consolarti. Ma anche come consolazione valeva poco. Sì, ho sbagliato. Ho commesso un errore incredibile : la cocaina e sono finito in carcere. Ci sono rimasto due anni in attesa di un giudizio che ancora deve arrivare. Io non voglio passare per vittima, perché non lo sono”.

Giuliano prova a reagire: “Erano giorni caldi là dentro. Una sera stavamo seguendo in Tv le indagini su Tangentopoli . Nella mia cella c’erano due ragazzi che avevano commesso piccoli reati ed erano dentro da mesi. Gli altri, quelli che rubano miliardi, godevano dell’immunità ed erano liberi. Eravamo proprio arrabbiati. Così ho preso carta e penna e ho scritto. Un giorno intero per quella lettera, tanto il tempo non ci mancava”.

La manda al Corriere dello Sport. Finalmente qualcuno si interessa alla sua storia. Quasi come al tempo dei due autogol.

“Uso e detenzione sì, ma spaccio no. Non ho mai venduto un grammo di droga. Ancora oggi , quando vedo l’auto della polizia o dei carabinieri , ho un tuffo al cuore. E se mi fermano , mi trattano come il peggiore dei delinquenti. Ai magistrati comunque non ho niente da rimproverare. Tranne quando è morto mio padre di tumore e non ho avuto il permesso di vederlo. Sono stati i giorni più atroci della mia vita. Mio padre morto, mia madre sola, io in carcere. Non so come ho superato quei momenti . O forse sì , lo so. Grazie a mia moglie Liliana e alle mie due figlie . Per loro è stata durissima. Hanno dodici e otto anni. Ogni volta che venivano a trovarmi dovevano essere perquisite. Loro di qua e io di là dal bancone”.

In Italia se sei un piccolo spacciatore, semplicemente non meriti. Devi essere un trafficante, un grande manovratore. Certo temuto, ma più spesso insignito, quasi decorato. Sei un incrocio tra il mecenate e il broker, che assolve una funzione sociale. Colui che crea e difende posti di lavoro stabili, perchè riciclando tira su ristoranti , supermercati, alberghi, appalti. Comunque business. E più è chiacchierato, più è stimato. Gl’irregolari come Giuliano invece sono guardati con compatimento. Anche se assolvono la loro funzione. Anche se, prima o poi, vanno in galera.

E di quella non bisogna parlare. Quindi neanche di loro.

Viene trasferito nel carcere di Lucca: ”Lì sono stato bene. E’ un carcere ben organizzato, ci si può vivere e il rapporto con le guardie è buono. All’inizio stavo zitto. Non parlavo con nessuno e nessuno sapeva del mio passato da calciatore. Perchè mi vergognavo a parlarne. Poi un giorno su  La Nazione  è uscita la notizia del mio interrogatorio e mi hanno riconosciuto. C’era anche la mia foto. Era il sesto mese di carcere. Da quel momento ho cominciato ad adeguarmi e qualcosa è cambiato nella mia vita di detenuto”.

Viene trasferito nel penitenziario di Pistoia. Poi Massa : “In carcere c’è rispetto, c’è comprensione , c’è umanità . Non dimenticherò mai Silvio e Massimiliano , miei compagni a Massa. A mia moglie Liliana dovrei fare un monumento. Se non avessi avuto lei, chissà che fine avrei fatto. Ha una giostra al luna park di La Spezia. Ha continuato a lavorare, tirando avanti la famiglia. Lei è di Grosseto, avevo diciannove anni quando l’ho sposata. Giocavo nell’Atalanta ed eravamo felici”.

Giuliano aveva iniziato nel Fossone, a casa. L’esordio a sedici anni con un tecnico che diventerà famoso: “Orrico mi ha fatto debuttare in D con la Carrarese. Era una partita contro il Città di Castello. Ho provato una grande emozione a vestire la maglia della mia città. Giocai al fianco di grandi calciatori che hanno scritto pagine meravigliose della storia azzurra: Marco Cacciatori, Gian Cesare Discepoli, Silvio Francesconi, Aquilino Bonfanti, Angelo Cupini”.

Vanno in C2 e lui rimane. Poi qualcuno si appunta il nome: “Vado alla Fiorentina in serie A, ma non ho avuto molto spazio , chiuso da tanti campioni”. A livello Primavera però quell’anno vince uno Scudetto e una Coppa Italia: in panchina Nenè , in campo ci sono anche Bruni, Mazzarri, Fattori, Ferroni.

Al Brescia lo porta Orrico che ci crede : “Giuliano sul campo è forte sia sul piano fisico sia su quello mentale. Per questo lo feci esordire nella Carrarese e poi lo volli a Brescia quando si trattava di costruire una squadra per il futuro”. Poi in panchina arriva Toni Pasinato e per Giuliano c’è il grande palcoscenico: “Le maggiori soddisfazioni me le sono tolte con lui e il presidente Baribbi. Mi commuovo ripensando all’impresa della doppia promozione. Il calcio mi ha aiutato tantissimo . Nessuno immagina cosa accada in carcere quando la radio trasmette Tutto il calcio minuto per minuto . E’ una bolgia di tifo. Il Napoli è la squadra che ha più seguito , poi ci sono le altre meridionali di serie B, ma non manca chi tifa per la Fiorentina, la Juve, il Milan. Giocavamo tutti i giorni e ognuno mi voleva in squadra. Le magliette sono un regalo del prete del carcere. Se le società più ricche inviassero maglie e pantaloncini ai detenuti , sarebbe un regalo stupendo. Giocando a calcio mi sono mantenuto bene fisicamente e poi, col menu del carcere, è difficile ingrassare”.

Si fa vivo qualcuno . Proprio chi non ti aspetti, l’unico che aveva attaccato pubblicamente: “Bruno Giorgi mi ha scritto una lettera dolcissima . La ricordo frase dopo frase. Sono stato un poveretto”. E poi quello che non l’aveva mollato nemmeno dopo gli autogol di Firenze: “Dei miei compagni soltanto Aliboni ha avuto la stessa forza. Mi ha scritto e mi ha fatto felice“. Ma Roberto non riesce più a comprenderlo: “Giuliano mi ha anche risposto. Nella sua lettera mi riteneva uno fortunato. Poi non gli ho più scritto. Lui non voleva essere aiutato, non ha accettato i miei consigli. Eppure sono stato il padrino di battesimo di sua figlia”.

GIULIANO ESCE AD APRILE ‘94.

“Sembrerà assurdo, ma il momento più duro per me è questo . Ora sono fuori, ma la gente mi ha voltato le spalle. Tanti parenti non vogliono più saperne di me e gli amici di un tempo sono scomparsi. Me n’è rimasto soltanto uno, Michele , che mi ha dato un lavoro in una ditta di import ed export”.

Chiede solo una seconda occasione. “Anche Caniggia è finito in una storia simile alla mia . Ma lui se l’è cavata con una squalifica ed ora è tornato in campo. Cerco qualcuno che mi dia fiducia. Vorrei giocare in una squadretta della Versilia o magari aiutare qualche società in tutti i modi possibili . Posso portare le valigie, posso fare tutto. Non per soldi, perché per fortuna la coca si è fermata prima che si esaurisse il conto in banca. Ma perché quello è il mio mondo. Ho sbagliato una volta, non sbaglierei la seconda”.

La cronaca riparlerà di lui. Di blitz della Finanza e dei Carabinieri . Ma la pena peggiore da scontare arriva dopo. Anche perché viene da una sentenza definitiva: nel luglio 2011 a Livorno gli hanno asportato due tumori dal cervello.

Era diventato nonno.

“Questa storia non deve e non può finire qui. Questa storia deve essere di insegnamento ai giovani. Devono essere forti. Devono cacciar via le amicizia sbagliate e essere forti . Chi è dentro alla droga, deve liberarsi e sollevarsi”.

a cura di Ernesto Consolo